giovedì 10 maggio 2007

Stacchiamo la spina

Oggi Beppe Grillo ha dedicato un post alla violenza in televisione. "A 18 anni un ragazzo ha già assistito a 200.000 omicidi televisivi. E’ venuto su bene. Dove c’è abbondanza di armi, come negli Stati Uniti, non ci pensa su due volte. E fa la sua piccola strage". Gentilmente offerta dalla National Rifle Association, potente lobby economica.
E' un'assuefazione alla morte, al male verso altri esseri umani, insomma il contrario di quello che scuola, insegnanti e famiglia (perlomeno quelle formate da persone ragionevoli) cerca di insegnarci.

Basta fare un semplice test per renderci conto di quanto siamo abituati all'assassinio, e quanto questo ci è indifferente finchè non tocca persone a noi care. Accendiamo la tv e sintonizziamoci sul telegiornale della sera, uno qualsiasi. Ci sarà sicuramente una notizia dal medio oriente dove ogni giorno decine di persone perdono la vita a causa della guerriglia e di un'occupazione militare illegale secondo i diritto internazionale. Il tutto ci lascia indifferenti, stentiamo a percepire l'ampiezza della tragedia. Eppure quando sono state uccise 3000 persone nell'attentato dell'11 settembre l'accaduto ci ha colpiti profondamente. Perchè due pesi e due misure?

La televisione contribuisce in tanti modi alla socializzazione, a farci interiorizzare quei valori che la società considera giusti e necessari all'integrazione, al mantenimento del sistema sociale, come teorizzato dal sociologo Parsons un po' di anni fa.
Però non si è costretti a subire e a far subire ai bambini questa ondata di valori come la violenza dei film, la stupidità umana dei reality e talk show, la superficialità dilagante e il disinteresse per ogni tipo di cultura e curiosità. Il televisore si può spegnere, rompere a martellate, chiudere in un armadio, o non possederlo affatto.

Stacchiamo la spina. I bambini li si può lasciare a giocare con i Lego, con il meccano, con i puzzle e tanti altri giochi che stimolano la curiosità e la fantasia. E se proprio si vuole avere la tv, perchè a volte non c'è tempo di badare ai bimbi, si possono utilizzare dvd e videocassette, magari con quei bei film disney di una volta, o documentari per bambini e altri programmi educativi. Se avessi registrato, tanto per dirne uno, l'albero azzurro un po' di anni fa, secondo me sarebbe un ottima cosa da riproporre a dei bambini oggi.

Beppe Grillo invita i genitori a portare i bimbi fuori e giocare con loro. Consiglio sacrosanto e di buonsenso, ma è praticabile solo da un elitè di italiani. La maggioranza delle coppie che è costretta a lavorare in due per sostenersi, magari con un affitto che in media assorbe il 70% dello stipendio, continua ad usare, volente o nolente, la tv come badante, perchè è efficace e tieni ipnotizzati i bimbi per ore.

Purtroppo questa è una conseguenza di uno Stato che non assiste come dovrebbe i bambini e i genitori che lavorano, di una società che sta perdendo il poco welfare che resta grazie a una classe politica che da destra a sinistra insiste ottusamente a liberalizzare e privatizzare in nome di quella splendida teoria che si chiama libero mercato, e in cui solo chi ha soldi può permettersi di trascorrere ore con i propri figli.
Il lavoro è un diritto di tutti, ma anche il tempo libero. Vivere una intera vita per lavorare, senza potersi mai dedicare alle cose che piacciono, è una condizione che una società democratica e civile non può e non deve tollerare.

domenica 6 maggio 2007

Berlusconi l'antiamericano

Silvio Berlusconi, come tanti politici, soffre di una strana forma di personalità multipla: quello che dice non corrisponde quasi mai a quello che fa. Dopo l'11 settembre ha sostenuto le azioni militari del "great friend" Bush Jr. che ha invaso militarmente due paesi, nel caso dell'Iraq agendo illegalmente rispetto al diritto internazionale e sostenendo un esercito accusato del massacro con armi al fosforo (vedi Falluja, novembre 2005) e torture (vedi Abu Ghraib, aprile 2005). Vicende entrambe ben documentate.

Accusa continuamente i suoi avversari di antiamericanismo, e a parole quindi si presenta come un uomo "innamorato" della società americana, pronto a partire e trasferirsi. Berlusconi oltre le parole però si può considerare antiamericano, e lo dimostra nei fatti. Due esempi.

Se Berlusconi fosse cittadino americano non sarebbe arrivato ad avere il potere che ha oggi. Tanto per dirne una, con le regole sul falso in bilancio vigenti negli USA probabilmente il nostro più ricco imprenditore avrebbe già trascorso un po' di anni in carcere.
Ricordo che il falso in bilancio consiste nel nascondere parte dei profitti per evadere le tasse, e che Bush durante il suo mandato ha aumentato le pene per questo reato.
Durante i suoi 5 anni di "buongoverno" invece Berlusconi ha depenalizzato i reati per falso in bilancio. Certo, volendo essere un po' ingenui possiamo credere che abbia agito non intenzionalmente, fatto sta che il processo All Iberian sui fondi neri Fininvest è stato annullato proprio a causa di questa legge. E, guarda caso, Berlusconi era accusato proprio di falso in bilancio. Naturalmente sono coincidenze astrali, ci mancherebbe.

Se Berlusconi fosse cittadino americano sarebbe diventato o politico o imprenditore, ma sicuramente non due persone in una. Negli stati uniti esiste una precisa regola sul conflitto di interessi, il blind trust, nata per evitare che un politico che possiede imprese possa dirigere fondi statali o promulgare leggi che favoriscono i propri affari. "Elementare Watson", direbbe Sherlock Holmes.

Per i nostri "Watson" politici tanto elementare non sembra. Prodi, svegliatosi dal letargo primaverile, ha annunciato finalmente una legge sul conflitto di interessi che, quasi a scusarsi, sarà "anche più blanda rispetto alle altre democrazie". Ma niente, immediate le reazioni del Cavaliere: "Vogliono eliminarmi. Nessuno mi può chiedere di affidare il mio patrimonio a uno sconosciuto, soprattutto quando questo patrimonio è frutto di una vita di lavoro, e per una persona come me che ha cinque figli, non si può chiedere un sacrificio folle di questo tipo".
Caro Berlusconi, nessuno la obbliga, basta scegliere tra politica ed impresa, due settori che dovrebbero essere separati anche secondo le sue care teorie neoliberiste, e che negli USA tengono ben separate almeno ai livelli più alti.

Certo non è un sistema perfetto, le corporation e i poteri economici effettuano una continua influenza sui politici, tramite il sostegno elettorale e la lobbying, ma questo esiste anche in Italia. Perlomeno da loro non capiterà mai che un presidente possieda per 5 anni metà delle televisioni nazionali e 2 reti pubbliche su 3.

Adottare provvedimenti per evitare che accada uno scempio del genere in un paese che si definisce democratico dovrebbe essere una cosa talmente banale che non dovremmo stare qui a discuterne. Se alla sinistra importasse qualcosa della libertà di informazione avrebbe non solo varato dieci anni fa una legge sul conflitto d'interessi, ma avrebbe anche rinunciato al controllo partitico della Rai, lasciandola lavorare senza interferenze come un vero servizio pubblico. E magari oggi non ci ritroveremmo Vespa quattro sere a settimana mentre tanti altri professionisti restano senza lavoro.

Caro Silvio, non nasconderlo. Non amo le etichette, ma in fondo lo sappiamo che sei antiamericano.

giovedì 3 maggio 2007

1 Maggio a Sorrento: due morti

1 Maggio, festa dei lavoratori. A Sorrento, uno di quei "beautiful village" nominati da Rutelli nel suo famoso video, paese situato su una delle coste più belle della nostra penisola, sono morte 2 persone.

Un braccio elevatore, utilizzato da tre operai per montare l'illuminazione nei pressi della Chiesa, si è spezzato cadendo su Claudia Russo, 86 anni e Teresa Reale, 50, morte sul colpo. Avevano appena assistito alla messa e osservavano, come tanti, i preparativi annuali alla festa di paese. Feriti anche i tre operai, tra cui i due figli del titolare della ditta, e l'autista di un autobus.

L'impresa incaricata dei lavori si chiama Donnarumma, cognome di una ricca famiglia locale. In zona tutti la conoscono perchè da anni monta insegne luminose in occasione delle feste e sagre di paese. Una sorta di appalto a vita, nonostante il servizio piuttosto scadente: tante lampadine fulminate e illuminazione spesso non gradita dalla popolazione.

Chi vive in queste realtà del Sud, piccole oasi turistiche lontane dal caos dei quartieri devastati dalla mafia, sa come vanno le cose quando si parla di lavori pubblici. E non mi riferisco a questo caso, ma in generale. Molto spesso si tratta di favori tra politici e imprenditori: i primi chiudono un occhio quando si tratta di rispettare le regole sulla sicurezza o di impatto ambientale, e i secondo ripagano con voti o con altro. Di indagni giudiziarie sembrano essercene poche, e alla popolazione arrivano solo gli echi di arresti o denunce.

Non sono ancora chiare le responsabilità dell'incidente, e sarebbe sbagliato accusare qualcuno. Le ipotesi in campo per spiegare il cedimento del braccio meccanico sono due: usura della macchina o carico eccessivo.
In entrambi i casi si tratta di un errore che si poteva evitare perchè la zona in cui si trovavano il camion e la gru meccanica era evidentemente aperta e non delimitata al traffico pedonale, esponendo così i tanti passanti al prevedibile pericolo di caduta oggetti. Non solo le leggi, ma anche il buonsenso imporrebbe a chi lavora in alto di non mettere in pericolo chi si trova sotto.

Il magistrato richiamato sul luogo dell'incidente ha immediatamente disposto accertamenti per verificare se la zona era stata messa in sicurezza. Qualcuno ha parlato di ipotesi di omicidio colposo, ma bisogna attendere che la giustizia indaghi, raccolga prove ed emetta la sua sentenza.

La vita del paese continuerà ancora indisturbata? Senza che nulla cambi o qualcuno prenda coscienza dei problemi e si impegni a risolverli.
E' questo i principale problema dell'Italia, e non interessa solo il Sud: il tipico qualunquismo italiano della serie "tutti i potenti fanno imbrogli" unito ad una terribile rassegnazione di non poter cambiare nulla e di contare sempre meno.

I cittadini devono diventare osservatori diretti del territorio in cui vivono, e organizzarsi in gruppi civici per denunciare e segnalare tutti i problemi. Forse si può sopportare e sorvolare su tante piccole cose quotidiane, ma di fronte alla morte bisogna reagire con forza, per evitare tragedie future e risolvere tutti quelle situazioni pericolose prima che portino ad altri incidenti.

domenica 29 aprile 2007

Bullismo, alcune riflessioni

(Pubblico questo articolo del collega e amico T3nd3rsurr3nd3r. Buona lettura)

Il bullismo è oggi una piaga sociale. Come mai se ne parla così tanto rispetto a qualche anno fa? I motivi sono molteplici.

Innanzitutto lo sviluppo delle forme di comunicazioni facilità una più veloce diffusione delle notizie, permettendo pero’ cosi’ ai sociologi di conoscere fatti e circostanze che diversamente sarebbero rimaste oscure.
In secondo luogo i mezzi attraverso cui fruiscono queste informazioni sono via via sempre più accessibili indipendentemente dall'età dell'individuo. Basti pensare ad internet e all'utilizzo talvolta improprio di questo magnifico mezzo; sicuramente eccessivo, se consideriamo le ore medie giornaliere che un bambino italiano passa nella rete.

Poi come non citare il telefono cellulare, vero e proprio passatempo tipico della post-modernità, nonchè utensile preferito di tutti gli italiani.
Inevitabilmente è diventato il simbolo della deriva egocentrista degli studenti di medie ed elementari, l'oggetto che fa parte di un mondo, quello scolastico, in cui non dovrebbe avere nessuno spazio, almeno tenendo conto della funzione prettamente educativa della scuola.

Ma perchè i ragazzini sembrano così ossessionati dal filmare le gesta di bulli e bulletti alle prese con poveri malcapitati, magari down, o con inesperte insegnanti, sempre più spesso prive di quell'autorità, per carità bonaria, che in quanto tali dovrebbero possedere?

Il problema va sicuramente risolto tenendo conto di vari elementi. L'educazione è uno di questi.
Purtroppo o c'è l'hai o ne sei privo. Il ruolo dei genitori è fondamentale perchè difficilmente si acquisiscono tali insegnamenti in una società costruita sul predominio dell'apparire sull'essere, dove la collettività e il senso civico sono subordinati agli interessi personali.

Gli stereotipi che ci vengono quotidianamente imposti dai media finiscono poi per annientare lo spirito critico del ragazzo che finisce così per imitare le azioni degli amici. Ecco un tipico esempio di sprecato utilizzo delle risorse tecnologiche: il video immesso nella rete finisce per essere scaricato nei computer e scambiato, e così scene alquanto stupide, come il ragazzino che prende in giro il professore, diventano veri e propri cult per i giovanissimi di oggi. Monumenti da emulare ad ogni costo perchè necessari per ottenere il rispetto del branco.

A volte mi chiedo se siamo più felici come razza umana, se il mondo è fondamentalmente un luogo migliore grazie alla scienza e alla tecnologia..La risposta è che tecnologia e scienza non bastano a renderci felici.
La realtà da cui scaturisce tutto ciò è una società sempre più sintetica, virtuale, priva degli autentici valori umani. Facciamo la spesa da casa, navighiamo su internet, ma, allo stesso tempo ci sentiamo più vuoti, più soli, e più isolati l'uno dall'altro che in qualsiasi altro periodo della storia dell'uomo.
Mi sembra alquanto ovvio che senza codici di comportamento civili, siano essi stabiliti dalla religione o dalla giurisprudenza poco importa, il nostro tessuto sociale si disintegrerà nel giro di pochi decenni. Il cattivo utilizzo delle risorse tecnologiche è pari all'uso dispersivo delle risorse energetiche, sprechiamo miliardi di euro per il riscaldamento domestico senza nemmeno accorgercene. Le istituzioni, da cui dipende il processo educativo, sono le prime uniche vere responsabili.
Ad esempio si dovrebbe investire seriamente sull'istruzione, con riforme strutturali mai adottate prima.
In Svezia i libri non sono così cari, possiedono un sistema suddiviso secondo particolari criteri, mettendo a disposizione delle famiglie i fondi necessari per una completa istruzione del bambino. Qui da noi invece sono tutelati gli interessi degli editori e sarebbe ora di cambiare questa farsa assurda, in quanto la cultura è un diritto sacrosanto di ognuno di noi, per giunta, non negoziabile.

T3nd3rSurr3nd3r

mercoledì 25 aprile 2007

Il 25 aprile è di destra o di sinistra?

In Italia esistono anniversari nazionali di destra e di sinistra. Insolito, ma non c'è da meravigliarsene, dopo decenni di politica basata su ideologie e soprattutto su chiacchiere. Con l'avvento dei vari TG, della tv commerciale e di Bruno Vespa questa sterile quanto inutile dicotomia destra-sinistra si è consolidata nella nostra testa e continua a distrarre la gente e rovinare il paese.

Il 25 aprile è festa nazionale, anniversario della liberazione d'Italia. Ogni anno si svolgono attività in tutta Italia per ricordare questa data simbolo della liberazione dell'Italia dalla dittatura fascista e dall'esercito occupante nazista. Quei poveri "vecchi" che parteciparono sono invitati a parlare nelle scuole ad una generazione che ormai non ha i mezzi per capire l'importanza della resistenza e il pericolo di qualsiasi dittatura, sia essa comunista o fascista come in questo caso. Noi giovani siamo nati in pace e non abbiamo dovuto muovere un dito per ottenere quella libertà di cui tanto si parla.

Il mondo politico, con la sua polemica annuale, non aiuta certo la memoria. Anche grazie all'attività di appropriazione da parte della sinistra italiana, il 25 aprile è considerata ormai una festa di sinistra, spesso e volentieri ignorata dai politici di destra che continuano a considerarla una festa per comunisti, forse per non scontentare i partitini neofascisti che facevano parte della ex-Casa delle libertà. Basti ricordare che Berlusconi da quando è sceso in politica non ha mai partecipato ad alcuna manifestazione, nemmeno dietro invito dei vari presidenti della Repubblica.

Anni di disinformazione televisiva hanno fatto sì che oggi gli italiani credono davvero che la Resisteza sia stato un movimento comunista e politico. Eppure basta aprire un buon manuale di storia (o wikipedia), che tutti abbiamo in casa, per imparare che fu un movimento popolare trasversale, a prevalenza comunista ma che vide insieme cattolici, liberali, socialisti, azionisti, monarchici. Una repulsione fisiologica, spontanea, popolare e spesso apolitica, dopo anni di regime e guerra, che praticamente tutti i paesi del mondo hanno conosciuto dopo un periodo più o meno lungo di dittatura. Nè di sinistra nè di destra, ma un movimento naturale di coscienza.

Fu anche una guerra civile, con tutti i suoi errori ed orrori che è inutile negare perchè documentati. Ma ricordare la resistenza, ricordare i valori dell'antifascismo non significa automaticamente essere stalinisti o rivoluzionari, ed è questo il messaggio ridicolo e banale che una parte politica ha voluto far passare, riuscendoci, ed offuscando in tal modo il significato che questa lotta ha avuto per il nostro paese.

I movimenti e i partiti che hanno partecipato alla Resistenza infatti, dopo la vittoria contro i nazifascisti, hanno formato quel fronte politico che in qualche anno ha pensato e scritto la Costituzione del 1948. Costituzione che contiene principi innovativi e fondamentali, ma che purtroppo non è stata messa in atto concretamente nei decenni a venire.

Anche per questo è importante ricordare chi sacrificò la propria vita con l'unico scopo di superare la buia parentesi dittatoriale e dare un futuro migliore all'Italia. Il 25 aprile dovremmo festeggiarlo ogni giorno impegnandoci ad utilizzare bene questa libertà di cui, seppur con alti e bassi, godiamo.

giovedì 19 aprile 2007

Prodi Sensei

Il Giappone è forse lo stato simbolo della modernità, dell'efficienza, della corsa continua all'innovazione tecnologica, di una industria sempre pronta a finanziare e sfruttare le scoperte della ricerca scientifica.
Un paese che dopo aver perso milioni di suoi cittadini durante la seconda guerra mondiale, ha reagito con forza mettendo al bando concretamente, e non con le chiacchiere come nel nostro paese, la guerra; l'articolo 9 della costituzione è dedicato completamente alla pace, e afferma che "il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto di ogni stato sovrano e all'uso della forza e della minaccia come mezzo per risolvere le dispute internazionali. Al fine di rispettare questo scopo, non saranno mantenute forze terrestri, aere e navali, così come ogni altro potenziale bellico". Parole che dovrebbero servire da esempio per la nostra Costituzione, ricca di principi quasi mai rispettati.

Il Giappone non è un paese perfetto, ha tanti difetti come la sfrenata corsa alla produttività che comporta numerosi problemi sociali tra i lavoratori, che le cronache spesso ci descrivono come inquadrati, disciplinati e per questo sofferenti, sempre pronti a sacrificare la loro sfera privata per l'azienda.

Il nostro presidente del consiglio, Romano Prodi, in questi giorni è in visita ufficiale proprio in Giappone, dal quale continua a seguire il telefilm semi-comico a puntate made in Italy, "il partito democratico".

Qualche giorno fa, il 17 aprile, era all'università di Tokyo a parlare agli studenti che, chissà per quale motivo, erano interessati al partito dell'Ulivo. Prodi ha illuminato la platea spiegando che "l'obiettivo era quello di mettere insieme le forze riformiste che avevano una diversa origine e fino ad allora erano diverse tra loro. E per questo volevamo creare un grande partito di Centrosinistra".
Agli studenti, già piuttosto divertiti dai racconti della partitocrazia italiana, il professore non ha risparmiato la spiegazione sul forse nascente partito democratico: "Nei prossimi giorni ci sono i congressi dei nostri due più grandi partiti, che si sciolgono per unirsi.[...] Parte una grande avventura che si misura con il Paese non contro i partiti, ma oltre i partiti, anche perché gli stessi partiti lo hanno voluto così ampio ed esteso".

Cosa? Partiti che si sciolgono per unirsi. Poveri giapponesi, chi prova a spiegargli cos'è il partito democratico? Chi ha il coraggio di dirgli che in Italia gli anziani della politica stanno febbrilmente lavorando per creare il partito "del futuro", una creatura dai contorni ancora sfumati? Settantenni che progettano un futuro che non vedranno mai. Un partito che si professa come nuovo, ma è già vecchio prima di nascere, e rappresenta solo un nuovo calderone in cui troveremo i politici che hanno già fatto abbastanza danni all'Italia per decenni.

I giovani universitari di Tokyo avrebbero difficoltà a capire il "Bel Paese" e la nostra comica classe politica, considerando inoltre che il loro primo ministro, Shinzo Abe, con i suoi 53 anni è un giovincello se paragonato ai 68 di Prodi e ad altri matusalemme che dominano la scena politica.

Quando si dice "Il lontano Oriente", in tutti i sensi.

venerdì 13 aprile 2007

Il telefono, la sua voce

Oggi vi propongo un articolo di Marco Travaglio sulla vicenda Telecom, che come sempre fa riflettere sulla nostra intera classe politica, senza distinzioni tra buoni e cattivi, destra e sinistra.
Mi piacerebbe avere tempo di commentare a fondo la vicenda, ma non ne ho e voglio solo aggiungere un paio di commenti.
Primo, ribadisco un concetto che trascurano tutti i politici: la rete telefonica è stata costruita con soldi pubblici, quindi nostri, e DEVE restare pubblica. Smettiamola di riempirci di parole senza senso come libero mercato solo perchè va di moda. Non può essere venduta al primo finanziere di turno che ne sfrutterà i profitti a scapito del servizio.
Secondo: è una vergogna avere grandi imprenditori e finanzieri talmente corrotti e immorali da far quasi desiderare che siano degli stranieri a controllare i nostri servizi pubblici: perlomeno questi eviteranno i clientelismi e i giochi di potere che in Italia sono il pane quotidiano. Ma mi domando: a questo punto non faremmo prima a importare anche i politici, magari dai paesi del nord europa?


Gli elettori dell'Unione, si sa, sono nati per soffrire. Ma qui si esagera. Un anno fa, in piena campagna elettorale, i leader erano tutti impegnati a giurare che stavolta non si sarebbero dimenticati del conflitto d'interessi. Avrebbero smantellato la Gasparri, insieme a tutte le altre leggi vergogna. Avrebbero fatto l'antitrust per levare almeno una rete a Mediaset (come da sentenze della Consulta) e per abbassare i tetti pubblicitari. Ora si legge che Berlusconi sarebbe sotto assedio perché un pezzo di Unione e alcuni ministri del governo Prodi vorrebbero tanto che lanciasse un'offerta per Telecom, per sbarrare la strada ai terribili stranieri, americani o messicani. Come se in Messico e in America esistesse qualcosa di peggio dei «capitani coraggiosi» Colaninno, Gnutti e Consorte che la comprarono nel '99 a debito, cioè coi soldi della banche, e ne uscirono nel 2001 con plusvalenze da paura, per rivenderla a Trucchetti Provera che a sua volta la comprò coi soldi delle banche e la pagò coi soldi della Telecom medesima. Cioè dei piccoli e medi azionisti. Risultato: un'azienda sana nel '99 oggi ha 43 miliardi di euro di debiti e qualche decina di dirigenti ed ex dirigenti inquisiti o arrestati per spionaggio, associazione a delinquere e altre amenità.

Fermo restando che la rete telefonica è stata costruita con soldi nostri e dunque dovrebbe restare pubblica, è certo che anche un compratore delle Isole Andamane garantisce livelli di managerialità e di eticità nettamente superiori a quelli degli ultimi italianissimi controllori. Sappiamo bene a che cosa pensano i politici italiani quando difendono la «italianità» di qualcosa. «Il patriottismo - diceva Samuel Johnson, come ricorda Bill Emmott sul Corriere - è l'ultimo rifugio del mascalzoni».

L'ultima volta che la casta politica, col governatore Fazio al seguito, difese l’«italianità della banche», fu per coprire le scalate illecite dei vari Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte, Sacchetti. Poi si scoprì che Fiorani derubava i correntisti della Popolare di Lodi, e ambiva a fare altrettanto con quelli dell'Antonveneta. Se passa lo straniero in Telecom, sarà più difficile piazzargli i soliti famigli, portaborse, spioni, fidanzate, amanti, figli e figliocci di regime: questo è il problema.

Il ministro Paolo Gentiloni dichiara al Sole-24 ore che, se nascerà una cordata alternativa a quella americana, non verranno posti paletti a Mediaset: «II governo è favorevolissimo a che Mediaset diversifichi l'impegno», purché non acquisisca una quota di controllo perché la Gasparri lo vieterebbe. Risulta che Piero Fassino abbia dichiarato a Sky che «Mediaset è un operatore del settore e quindi può fare un'offerta». Il Foglio parla di «incoraggiamenti dalemiani» a Berlusconi, e alcune dichiarazioni del senatore Nicola Latorre vanno in questa direzione. Confalonieri se la ride: «Ora il centrosinistra fa il tifo per Mediaset e si appella a Berlusconi in nome della italianità di Telecom... Fanno il tifo. La verità è che siamo funzionali al loro progetto loro progetto perché alle banche italiane servirebbe un socio industriale per Telecom». E già detta le condizioni: «Gentiloni faccia il bravo: investire nei telefoni vuoi dire metterci tanti soldi, quindi bisogna che Mediaset non ne perda nel comparto tv».

Forse qualcuno dimentica che anche le aziende telefoniche, come quelle tv, operano in regime di concessione dallo Stato, dunque Berlusconi è ineleggibile già in base alla legge del 1957, e lo sarebbe doppiamente se entrasse nella telefonia. Salvo perpetuare lo spettacolo pietoso di un tizio che, al governo o in Parlamento, dà le concessioni a se stesso (e nega le frequenze a chi non fa parte della banda, tipo Di Stefano, che nel '99 ha vinto la concessione per Europa7, ma non può trasmettere perché Rete4 continua a trasmettere su terrestre, in perenne proroga).

Viene in mente quel che accadde nel 1995, quando il Cavaliere fece la solita finta di vendere Mediaset a Murdoch, e fu autorevolmente dissuaso da sinistra in nome dell'«italianità» della tv. Risultato: il conflitto d'interessi è sempre lì, intatto. E ora rischia addirittura di decuplicarsi. E non per colpa di Berlusconi, che non ha mosso un dito. Ma perché - se non giungeranno smentite chiare e inequivocabili – il centrosinistra lo implora di entrare in Telecom. Ma non si era detto che doveva uscire da Mediaset?

Marco Travaglio, dalla sua rubrica "Uliwood Party" su L'Unità del 5 aprile 2007
Fonte: http://www.vivamarcotravaglio.splinder.com/post/11662287/