Visualizzazione post con etichetta letture consigliate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letture consigliate. Mostra tutti i post

giovedì 16 aprile 2009

Le potenzialità delle IPAB italiane (la mia tesi di laurea...)

Sono finalmente riuscito a pubblicare la mia tesi online, mantenendo i diritti d'autore ma rendendola disponibile e condivisibile. In fondo a questo post trovate i link per scaricarla o sfogliare il testo online.

Di cosa parla? Di IPAB, Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza. Enti pubblici, misteriosi e sconosciuti, costituiti in gran parte da edifici, conservatori, complessi monumentali, fondi agricolti, beni di vario tipo, donati dai nobili di un tempo col fine di assistenza e beneficenza per i bisognosi. Nel 1888 se ne censirono 21.819, nel 1999 il numero è sceso a 4200. Che fine hanno fatto? 

Svendute, regalate a privati, inutilizzate....le IPAB sono state oggetto di affari d'oro, collusioni e imbrogli, proprio sfruttando il silenzio che li circonda ancora oggi. Pensate solamente che Tangentopoli è iniziata con l'arresto di Mario Chiesa, presidente di una ricca IPAB milanese. I loro patrimoni, secondo una stima minima, ammontano a 53 miliardi di euro.

Nel 2000 la legge 328 inserisce le IPAB nella rete di servizi sociali regionali, e il decreto del 2001 n.207 prevede che ogni regione emani una propria legge per disciplinare la trasformazione delle IPAB in ASP, Aziende di Servizi alla Persona. In tal modo restano enti pubblici, con una gestione autonoma e più efficiente, e collaborano con le ASL nel fornire assistenza e servizi sociali ad anziani, bambini e categorie svantaggiate. L'Emilia Romagna, regione all'avanguardia nel welfare, ha emanato la sua legge nel 2004: nella tesi ho scelto di raccontare l'esempio della ASP di Imola e dei suoi servizi utili alla cittadinanza e anche innovativi, come il condominio solidale per anziani.


La Campania, invece, è una delle poche regioni, forse l'unica attualmente, a non avere la legge sulle IPAB, che restano ancora soggette alla legge Crispi del 1890. Il caso approfondito nella tesi riguarda l'IPAB del comune di Massa Lubrense (NA), che conta ben 3 Conservatori (non di musica...nascono come scuole per orfani) e un notevolissimo patrimonio. L'assistenza si è fatta fino al 1940 circa, periodo in cui amministratori accondiscendenti hanno iniziato a rinunciare ad ogni loro potere a favore di 3 congregazioni religiose diverse che hanno occupato i 3 edifici. Gli Statuti, che prevedevano l'obbligo di assistenza e beneficenza, sono stati ignorati e calpestati. E' così che enti pubblici sono diventati Conventi, spazi chiusi, inutilizzabili tuttora perchè occupati abusivamente, spariti dalle menti dei cittadini massesi che vivono in un territorio privo di servizi sociali. Nel 1997, con la nomina di un nuovo Presidente dell'IPAB, è iniziata una fase di risanamento, durata 8 anni, di riscoperta della storia, dei documenti, dei tanti vergognosi fatti accaduti, che ricostruisco nel modo più chiaro e documentato possibile nel testo. Attualmente, con una nuova amministrazione, il risanamento sembra essere sparito dal programma, e anzi recentemente sono state anche azzerate le voci di spesa per l'assistenza ai bambini: si corre il rischio, in tal modo, che l'IPAB cessi di esistere come ente, e che vada a far parte di quelle migliaia di IPAB sparite nel nulla in questi decenni.

Come cittadino non posso tollerare una situazione del genere, aggravata dal fatto che Massa Lubrense ha urgente bisogno di spazi e servizi. Ho deciso di scrivere questa tesi partendo dal risvolto economico delle IPAB, che secondo me possono costituire, se ben utilizzate, un mezzo virtuoso per aumentare i servizi sociali ai cittadini di tutta l'Italia, senza gravare sulla spesa dello Stato e sulla precaria situazione finanziaria di alto debito pubblico.

Per il capitolo dedicato all'IPAB massese ringrazio con affetto l'aiuto e il supporto insostituibile della dott.ssa Morvillo, ex-Presidente dell'IPAB e instancabile ricercatrice, protagonista del risanamento e di un'opera decisa e onesta per restituire ai bambini quello che gli spetta di diritto.

Per concludere, comunico che questa settimana è nato un Comitato di cittadini che si dedicherà all'IPAB, facendo pressione per continuare il risanamento e monitorando la situazione denunciando gli eventuali problemi agli organi di controllo, in primis la Corte dei Conti. Vi terrò aggiornati sugli sviluppi della nostra azione.

Per scaricare la tesi "Le potenzialità delle IPAB italiane: due casi a confronto":
1. Parte 1 (testo)
2. Parte 2 (appendice documentale) - 57MB

Per sfogliare online, in modo interattivo, la tesi,:
1. Parte 1 (testo)
2. Parte 2 (appendice documentale)

Creative Commons License
Le potenzialità delle IPAB italiane by Stefano Esposito is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License

mercoledì 10 ottobre 2007

Eric Schlosser - Fast Food Nation

C'è chi critica McDonald's, il Fast Food per eccellenza, perchè rappresenta La Multinazionale americana. C'è chi lo critica perchè i suoi lavoratori sono sottopagati e spesso immigrati senza diritti, chi a causa della forte vocazione antisindacale dell'azienda. C'è anche chi lo critica perchè è vegetariano, e notoriamente da McDonald's sono gli hamburgher di manzo a farla da padrone. Insomma, di motivi e critiche ce n'è di tutti i gusti, ma spesso restano frasi stampate su piccoli libretti o volantini, spesso dal tono diffamatorio e che scatenano denunce legali da parte del colosso.

Eric Schlosser invece, giornalista americano, nello scrivere questo saggio ha provveduto a rendere note, quasi ossessivamente, le fonti da cui ha tratto le informazioni che ci presenta, frutto di una ricerca di oltre 3 anni, e pubblicate solo dopo un attenta rilettura da parte sua e dei suoi avvocati. Il suo non è un libro da circolo antiglobalizzazione, ma un vero e proprio studio sull'industria dei Fast Food, dalle origini ad oggi. E di tutto ciò che gli ruota intorno.

Mc Donald's, Burger King, Wendy's, KFC, Pizza Hut, Taco Bell....la storia di queste grandi aziende agli inizi coincide con quella di persone semplici, proveniente da classi sociali medio-basse, ma che hanno avuto un esperienza simile, quasi riprodotta in serie.
Carl Karcher, ad esempio, iniziò vendendo hot dog con un semplice carrettino, e trentacinque anni dopo possedeva la più grande impresa privata di fast Food, la Carl Karcher Enterprise.

Nel libro ci vengono raccontate le storie di tutti i fondatori, ed è molto interessante seguirne l'evoluzione che quasi sempre è stata parallela allo sviluppo del territorio circostante. La nascita e la crescita dei primi fast-food, ad esempio, coincise con il boom della vendita di automobili, che vennero presentate agli americani come un bene indispensabile, di status. Immense quantità di soldi pubblici servirono a finanziare chilometri di nuove enormi strade; nacquero così i primi drive-in dei due fratelli Mc Donald's, a cui si accedeva, si ordinava e si ripartiva senza scendere dall'auto, una moda che permise ai due di arricchirsi. Ciò che colpisce di queste storie è però il modo in cui queste persone hanno rivoluzionato il loro modo di lavorare, aprendosi la strada al successo. Questi sono stati veri imprenditori, nel bene o nel male, rischiando, innovando, inventando nuovi modi di produrre il cibo, di servire ai tavoli, di attirare i clienti con insegne particolari o nuove mode, come quella di regalare giocattoli per bambini insieme ai loro menù. O fare accordi con aziende già di grande successo, come la walt Disney, per aprire ristoranti all'interno dei nuovi parchi a tema, le Disneyland.

Leggendo questo saggio però si ci rende conto anche che il grande successo di queste aziende non sarebbe mai stato possibile senza l'intervento statale, contrariamente a quello che ingenuamente si crede di solito sul libero mercato e sull'"oppressione" dello Stato. Di esempi il libro è pieno, mi basterà citare il caso della "Legge Mc Donald's", approvata dall'amministrazione Nixon dopo una donazione di 250 mila dollari da parte dell'azienda per la campagna elettorale. Questa legge permise di pagare i lavoratori di 16 e 17 anni ben il 20% in meno del salario minimo, e diede altri vantaggi all'azienda nei confronti dei concorrenti.

Oltre alle storie, il saggio affronta anche tanti altri temi strettamente connessi a questo tipo di industria, come la produzione del cibo: manzo per hamburger, patatine fritte e pollo, il tutto per tonnellate e tonnellate; basta pensare che oggi Mc'Donalds's è il maggior acquirente di carne di manzo, maiale e patate. Il capitolo dedicato alle aziende produttrici di carne è illuminante di come il sistema capitalistico abbia spinto agli estremi la necessità di produrre a tutti i costi e a scaricare tutti i problemi derivanti sui lavoratori, sul territorio e sull'ambiente. Il giornalista ci racconta della sua visita ad un macello tipico, una vera e propria catena di smontaggio di animali dove la velocità della catena di lavoro è sempre più aumentata negli anni, e con essa gli incidenti inevitabili quando si maneggiano coltelli, pistole, seghe elettriche ed enormi carcasse animali per molte ore al giorno. E nell'ambiente circostante una fabbrica di carne la situazione non è migliore, devastato da pozze di liquami e scarti. I Lavoratori e l'ambiente sono solo "rotelle del grande ingranaggio", come le definisce l'autore.

Ovviamente anche la qualità del cibo ne risente, e un capitolo è dedicato proprio a "Cosa c'è nella Carne", riportando numerosi casi di intossicazioni da Escherichia Coli 015:H7 per capire come si intrecciano gli interessi delle aziende e i deboli controlli da parte delle agenzie governtive, private sempre più dei loro poteri da amministrazioni ampiamente finanziate dalla industria della carne, che oggi è una delle più potenti e influenti. Basti pensare che il Dipartimento dell'agricoltura oggi può ritirare dal mercato dei giocattoli difettosi ma non una partita di carne contaminata.
Quel che è peggio è scoprire che fino al 2001 le mense scolastiche di molti stati americani si rifornivano da produttori di carne ripetutamente denunciati per la presenza di batteri e salmonella. Il risultato di queste enormi pressioni e di leggi che favoriscono i produttori è che oggi negli Stati Uniti ogni anno ci sono circa 37.000 casi di intossicazione alimentare,e l'uso indiscriminato di antibiotici nell'allevamento ne aumenta la resistenza e la pericolosità. Non a caso uno dei pericoli concreti che corre l'umanità e di essere colpita da una pandemia sviluppatasi proprio negli allevamenti intensivi di animali.

Nell'ultimo capitolo il giornalista spiega cosa fare, e quali sono le riforme necessarie per migliorare questa situazione oggettivamente insostenibile. Mette in luce come il cambiamento debba provenire dai consumatori, che sono l'unica forza in grado di piegare questi colossi economici, che non allenteranno mai la presa sulla politica. L'autore affronta marginalmente il problema vegetariano, ma penso che questo sia un punto chiave; il mio personale consiglio è di scegliere di non consumare cibi animali o ridurne fortemente il consumo, un gesto che ha un immediato impatto sul mondo che ci circonda e su noi stessi. Non è una riforma o una legge che ha bisogno di tempo e mediazioni per essere applicata.

Schlosser termina il suo saggio con un paragrafo che voglio riportarvi, sperando che in voi sia sorta la curiosità di leggere questo libro, che oserei definire necessario per comprendere un po' meglio come funziona questo nostro mondo.

"Spalancate la porta a vetri, sentite il soffio dell'aria condizionata, mettetevi in fila, guardate i ragazzini che lavorano in cucina, i clienti seduti ai tavoli, le pubblicità dell'ultimo giocattolo, studiate le fotografie illuminate lassù, dietro il bancone, pensate da dove arriva il cibo, e come e dove è stato fatto, a cosa viene messo in moto da ogni singolo acquisto di fast food, e come l'effetto si propaga, pensateci. Poi ordinate. Oppure fate dietro-front e uscite. Non è troppo tardi. Persino in questa nazione fast food, potete ancora fare come vi pare"

P.S. Ho letto il libro prima di venire a conoscenza dell'omonimo documentario, passato di recente quasi inosservato nelle sale Italiane, e che non ho ancora visto. Sarebbe interessante sentire le opinioni di chi ha potuto già vederlo, quindi lasciate i vostri commenti, grazie.


ISBN 88-7983-613-7
Editore: Net
Pubblicazione: 2004
Costo: € 8,80
Pagine: 384

martedì 12 giugno 2007

Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River

(Pubblico questa recensione scritta da FakePlasticTree.)


Quando ho deciso di acquistare questo libro, c’erano diversi pensieri nella mia testa che mi spingevano a compiere questo gesto alquanto insolito, per me, ovvero il comprare e successivamente leggere un libro intero fatto solo di poesie. Ma il verso recitato da quella ragazza la sera prima, ad una serata commemorativa della grande arte di Fabrizio De André, mi aveva colpito troppo: “ mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì” e ancora di più mi colpì la possibilità di catturarlo sopra un foglio di carta per poterlo rivivere nel mio piccolo almeno con qualcun altro..quella sera infatti l’oggetto dei miei desideri, mi era proprio sfuggito, e con lei la possibilità di condividere un momento (ed uno spettacolo) così ricco di significati.

Ognuna delle canzoni raccolte nell’album “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” riprende una delle poesie dell’Antologia, che sotto diverse spoglie – il verso sopra citato appartiene al “Malato di Cuore” Francis Turner – viene raccontata dalla musica e dalle parole del cantautore genovese; ed in quello spettacolo il tutto veniva accompagnato ad hoc da una mostra di quadri surreali, ciascuno raffigurante un brano, ad opera di un artista locale. Non vi parlo dell’ambientazione, veramente troppo romantica, con candele dalle luci soffuse ad illuminare ognuna delle tele disposte su speciali lapidi al cui nome rispondevano i 9 personaggi dell’immaginario di Spoon River.

Di fronte a tanto non ho potuto non dare un altro calcio in faccia alla vita e alla cultura; avevo acquisito definitivamente una prospettiva nuova sulla poesia d’autore e sulla musica di De Andrè, prima vissuta con soggezione a causa della sua fama di essere complessa ed eccessivamente pesante nei concetti e nella scrittura.
Mettiamo questa sensazione di entrare in uno scenario poetico per la prima volta sentito MIO a tutti gli effetti, con la volontà di renderne partecipi gli altri al più presto..ecco, più o meno, con questi pensieri in corpo mi apprestavo a leggere l’Antologia di Spoon River.

La prima parte, nell’edizione pubblicata dalla Einaudi nel ’71, contiene la prefazione di Fernanda Pivano, una studiosa di letteratura e scrittrice contemporanea che per prima si interessò della traduzione e della diffusione in Italia del capolavoro di Lee Masters. In origine allieva di Pavese, dal quale ricevette la copia del libro nell’edizione americana, la Pivano difende apertamente la scelta degli epitaffi greci come forma letteraria, che definisce qualcosa “..meno del verso ma più della prosa…” ma che funge da ottima “..rappresentazione della vita moderna..”

Le poesie, se da una parte descrivono la passione e il romanticismo che personaggi infelici come il farmacista Trainor (“Un Chimico” in De Andrè) VISSERO, dal momento che a parlare è l’iscrizione sulla loro lapide, dall’altra racchiudono in aneddoti tutta la serie di comportamenti gretti e meschini che caratterizzarono la vita di un paesino della provincia americana di inizio secolo.

In certi casi la successione delle poesie sembra descrivere una narrazione vera e propria in cui diversi tasselli si incastrano a formare un episodio, contrapponendo i punti di vista dei vari personaggi che vi prendono parte.
Il magistrato che temeva il giudizio di Dio, avendo in vita prevaricato più volte il diritto e le leggi umane in nome dei propri interessi, il medico che aveva iniziato la professione per “curare i ciliegi” e si arrende di fronte all’ingranaggio che spersonalizza chi assume una carica sociale, riconoscendone soltanto l’aspetto remunerativo e non l’apporto emotivo al benessere di una comunità. È evidente il tentativo ben riuscito di smascherare le contraddizioni che stanno aldiquà dell’atmosfera tranquilla di paese. I tanti personaggi diversi su vari fronti, dal lavoro che svolgono, all’amore/odio per i propri cari dal grado di aspettative che nutrono verso loro stessi che li porterà -soddisfatti o meno, pronti oppure no- ad unica destinazione finale, quella cantata in maniera solenne ed inquietante allo stesso tempo da De Andrè in “Dormono sulla Collina”.

Sembra che quella collina dove inevitabilmente risiedono tutti accanto questi personaggi d’invenzione, vinti tutti insieme dalla morte che accomuna e livella (Totò) senza tenere conto di quel che sono stati, ma dando loro l’opportunità di un ultimo messaggio al mondo, a chi ora può ascoltarli leggendone l’iscrizione.
Alcuni colgono quest’occasione per redimersi dalle proprie malefatte, altri per vivere quello che non avevano potuto fare fino in fondo, e altri per denunciare verità troppo pesanti da portare appresso nella tomba.

L’unica figura che si differenzia da questo generale panorama, a cui nel disco è appositamente riservata l’ultima traccia, è il suonatore Jones. Egli è quello a cui “la terra suscita vibrazioni nel cuore” poiché ha un dono in più rispetto agli altri, il “saper suonare” che entra nelle vite altrui donando armonia all’ascolto – “se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita”-

La sua rinuncia agli affanni della vita in nome di questi principi lo risparmia dalle vicende in cui i piccoli uomini rimangono impigliati a causa della loro eccessiva dedizione al dio denaro, al sentimento o ad un’esistenza in nome di un ideale..per cui Jones è l’unico di Spoon River ad aver giocato davvero, fino infondo la partita, riuscendo nell’intento di andarsene “senza nemmeno un rimpianto”.

FakePlasticTree

giovedì 25 gennaio 2007

Enzo Biagi - Quello che non si doveva dire

Enzo Biagi è assente dal grande schermo da ormai 5 anni. E' stato invitato solo da Fabio Fazio nel suo programma "Che Tempo che fa". "Il Fatto" era la rubrica di successo, apprezzata dal paese e premiata dagli ascolti record, che subito dopo il Tg1 affrontava diversi temi dell'Italia e del mondo, e soprattutto "raccontava".

Poi venne il Cavaliere dalla Bulgaria, testa d'ariete della politica di destra e sinistra che ha paura dei fatti, e preferisce le chiacchiere dei salotti televisivi. E questo giornalista, che comunque la si pensi è stato un grande punto di riferimento e modello di giornalismo, fu licenziato, gli si impedì di lavorare e fu congedato dalla Rai con un lauto compenso, forse per metterlo a tacere una volta per tutte. Non è un caso che tutti gli oppositori di Biagi oggi si appellano alla sua lauta ricompensa, dicendo che non ha motivi di lamentarsi. Non una parola sull'anomalo licenziamento di un giornalista da parte del presidente del consiglio.

Come me, si può non essere d'accordo con alcune sue conclusioni e opinioni, questo è perfettamente normale. Ma non si può ignorare la qualità del suo lavoro come hanno fatto tante persone in questi utlimi anni, magari senza neanche aver mai letto un suo libro.

Enzo Biagi ci presenta un giornalismo dal sapore antico, interessante e coinvolgente, che trasuda attenzione per i particolari e per valori oggi sempre più in declino, "prendendo ad esempio, per farmi capire meglio, alcune parole che nella mia vita hanno avuto un senso: coraggio, coerenza, umiltà, libertà, rispetto, giustizia, tolleranza, comprensione, solidarietà e amore".

Colpisce leggere i temi che avrebbe trattato se avesse potuto continuare a far televisione. Colpisce il modo in cui affronta gli argomenti, andando alla fonte, intervistando i protagonisti e soprattutto raccontando piacevoli storie. Le parole scritte rievocano la sua voce, quasi si trovasse aldilà della sobria scrivania de "Il Fatto", solo con qualche appunto e la voglia di narrare.

Nei vari capitoli Biagi ci racconta dell'Italia, in un modo che oggi non si trova più in televisione.
Ci racconta della mafia con i ragazzi di Locri. Del declino culturale della televisione, di cui scrive con nostalgia che "quello che mi ha colpito è che al posto del mago zurlì, della nonna del corsaro nero, di sceneggiati del risorgimento e di topo gigio, si dibatte alle 16 di anoressia, suicidio, tette da rifare, omicidi, corna, gravidanze non desiderate, backstage di calendari per camionisti".
Del 25 aprile, anniversario della Liberazione d'Italia, a cui Biagi giustamente tiene. L'importante valore dell'antifascismo, che oggi va sempre più perso da un centrodestradestra che si definisce "moderato" ma alleato di gruppi neofascisti.
Stavolta però "non avremmo parlato di quello che è accaduto il 25 aprile, lo abbiamo fatto tante volte e ci sono i telegiornali per questo: il nostro lavoro avrebbe raccontato quello che è successo a partire dal giorno dopo, dal 26 aprile 1945".

Biagi continua analizzando il ruolo dell'informazione nel periodo delle "guerre preventive", che ha spettacolarizzato tanti eventi senza analizzarne, in modo obiettivo, le dinamiche.

Un lungo capitolo è dedicato alla strage di Bologna, il cui anniversario del 2 agosto 2005 passò nel silenzio generale, che appartiene ad un periodo buio per l'Italia che va al 1947 al 1993 e in cui si contarono 13 stragi, 144 morti e 698 feriti ad opera di diversi gruppi terroristici, come le Brigate Rosse e gruppi fascisti. Biagi se avesse potuto fare TV avrebbe provato a rispondere alle domande "perchè? chi sono i mandanti?", e riportando le sue interviste ad alcuni protagonisti di questi ignobili omicidi. Sarebbe stato senza dubbio un pezzo di televisione di qualità, che purtroppo è mancato.

"Quello che non si doveva dire" è un libro anche molto ricco di spunti autobiografici, sempre piacevoli soprattutto quando ci raccontano la vita degli anziani di oggi, che hanno vissuto in prima persona momenti importanti della storia d'Italia, che oggi sono ormai persi e sembrano restare in vita solo grazie a questi personaggi.
Non bisogna considerarli solo racconti del passato, ma vicende da cui trarre valori e insegnamenti da applicare tuttoggi.

"Anche per me lo scrivere non ha rappresentato solo il lavoro, è stato tutto nella mia vita. So bene che è un mio grande limite, ma non sarei capace di fare niente altro."
Caro Biagi, direi che "quel poco che sa fare" lo sa fare davvero bene.  E penso che ci sia bisogno di lei per innalzare un po' il livello di questa televisione degradata. E chi proprio non lo sopporta, può sempre cambiare canale.

domenica 24 settembre 2006

Un indovino mi disse - Tiziano Terzani

Dopo la prevista sospensione estiva e le impreviste difficoltà "logistiche" (di connessione) durante il mese di settembre, il nostro blog riprende la sua attività. Ci sono molte novità nella nostra piccola Italia e soprattutto nel mondo, e cercheremo di commentarle e analizzarle con la consueta attenzione per i fatti e con una visione il più completa possibile. Seguiteci e soprattutto partecipate attivamente commentando i nostri articoli, diffondendoli ovunque vogliate nel rispetto delle regole (vedi le regole di copyright) e criticandoci quando volete, ci contiamo! Ho deciso di riprendere l'attività proponendo la recensione di un libro, che spero possa cambiare il vostro modo di intendere il mondo e il viaggio. Grazie a tutti

***

Vi confesso che da tempo non provavo tanto piacere nel leggere, ed ero proprio alla ricerca di qualcosa che mi distraesse dal mio solito genere di letture quando mia madre, che approfitto per ringraziare, mi ha consigliato questo libro.
“Un indovino mi disse” è un libro davvero insolito, piacevolissimo. Descrive l'avventura dell'autore, Tiziano Terzani, giornalista e scrittore fiorentino scomparso nel 2004 e che, un po' per lavoro, un po' per passione, ha amato girare il mondo, specialmente le regioni dell'Asia orientale in cui è vissuto per vari decenni. Ci racconta di importanti avvenimenti storici che hanno interessato quelle zone negli ultimi decenni, di guerre e accordi di pace, di uomini politici e militari potentissimi che hanno determinato le sorti di interi popoli, e con cui ha avuto l'opportunità, in veste di cronista, di parlare. Il modo in cui ci rende protagonisti delle sue avventure è però molto coinvolgente, e molto distante dalla noiosa pacatezza di un classico libro di storia.
Il particolare titolo del libro introduce subito la scintilla che ha dato vita a tutto ciò, portando Terzani a vivere forse l'anno più interessante della sua vita e a fargli acquistare una prospettiva completamente nuova. Nel 1976, mentre si trovava per le strade di Hong Kong, un vecchio indovino cinese gli disse: “Attenzione! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai!”. Terzani, pur sempre occidentale, era piuttosto scettico riguardo le profezie, ma ha infine deciso di seguire il consiglio del vecchio, rinunciando agli spostamenti aerei per tredici mesi; una decisione che ha reso il suo mestiere di giornalista una impegnativa sfida completamente nuova e originale, ma che gli ha permesso di venire a contatto con una realtà impossibile da notare spostandosi da un moderno aeroporto all'altro. E' così che nasce il racconto di questo incredibile periodo in cui l'autore viaggia per tutta l'Asia, dalla Thailandia dove vive al Vietnam, da Singapore “Un'isola ad aria condizionata”, alla Birmania, in treni sovraffollati e per stazioni piene di un'umanità povera e ai più sconosciuta, in auto sgangherate e su navi da carico. Alla ricerca di storie, di umanità vissuta e di...indovini: cartomanti, monaci astrologhi, sensitive. L'autore si diverte in questa ricerca, combattuto tra scetticismo e curiosità, che lo porterà ad avvicinarsi a questa cultura tradizionale impossibile da ignorare e che pervade profondamente ogni strada dell'Asia, spesso influenzando decisioni politiche, di lavoro o d'amore. Si ritroverà infine a scoprire la meditazione seguito da un curioso maestro, americano ex agente della Cia.

Leggendo questo libro capiremo perchè noi occidentali stiamo guardando con l'occhio sbagliato allo sviluppo impressionante della Cina, dedicando pagine e pagine di informazione a questo miracolo economico e ignorando tutte le altre conseguenze. Da occidentale vissuto in Cina per anni e profondo conoscitore dell'Asia, Terzani ci aiuterà a scoprire un punto di vista diverso per cui dietro questo cambiamento, troppo rapido, si cela un'immensa cultura che sta scomparendo, vittima della ottusa corsa alla modernità e alla ricchezza. I vecchi valori della civiltà cinese sostituiti nel giro di una generazione da un nuovo dio, il denaro. Capire in che modo si sta sviluppando la Cina è forse l'insegnamento maggiore che questo libro, quasi indirettamente, ci lascia, e che ci riguarda tutti. Un passaggio mi è particolarmente piaciuto, e voglio proporverlo:

“Il Tibet, per proteggere la propria spiritualità, ha impedito per secoli s chiunque di varcare i suoi confini ed è così che ha mantenuto la sua specialissima aura. Lì, a rompere l'incanto è stata l'invasione cinese: anche quella avventura, ovviamente, in nome dello sviluppo. Una delle notizie più sconcertanti che ho letto di recente è che i cinesi, per facilitare l'accesso ai turisti, hanno deciso di “modernizzare” l'illuminazione del Potala, palazzo-tempio del Dalai Lama, e ci hanno introdotto il neon. Non l'hanno certo fatto a caso: il neon uccide tutto, anche gli dei. E con loro muore sempre di più anche l'identità dei tibetani. Il grande scrittore giapponese Tanizaki, in uno dei brani più commoventi sulla scomparsa del vecchio Giappone, spazzato via dalla modernità, fa l'elogio dell'ombra che così tanto contribuiva a creare l'atmosfera e con ciò l'anima, delle vecchie case di legno e di carta.
La penombra del Potala, la cattedrale-residenza del Dalai Lama, aveva la stessa funzione: bisognava entrare nei recessi di quello straordinario palazzo al buio, e solo lentamente scoprire, nella luce tremolante delle lampade al burro, le smorfie delle ogre e i sorrisi benevoli del Buddha. Il neon ora impedisce ogni scoperta, tarpa le ali a chi voglia ancora abbandonarsi ai voli dello spirito.”

In conclusione il suo è un affascinante libro d'avventura, un coinvolgente diario di viaggio condito da tanti spunti autobiografici, una descrizione accurata di quelle regioni e una documentata e attualissima visione di un mondo che cambia ciecamente, senza riflettere su ciò che sta perdendo, con tutte le sue contraddizione e i suoi problemi. E un invito a viaggiare con un occhio completamente diverso dal solito.

ISBN 88-502-0613-5
Editore: TEA Tascabili degli editori associati
Pubblicazione: 1995
Collana: Saggistica
Costo: € 8,00
Pagine: 429

sabato 6 maggio 2006

Regime - Peter Gomez e Marco Travaglio

Se siete il tipo di persona che quando si parla di libertà di informazione alza le spalle ed esclama “ma chi se ne frega”, forse fareste meglio a dedicarvi ad altre letture. Ma sono sicuro che i lettori di questo blog alla libertà di informazione ci tengono, e a non farsi prendere per i fondelli ci tengono ancora di più. Perciò, vediamo di cosa stiamo parlando.

Il libro dei due giornalisti Peter Gomez e Marco Travaglio, "Regime", è incredibile. Non perchè sembra l'ennesimo libro di sinistra (chi pensa che Travaglio sia di sinistra deve seriamente mettersi a studiare, e leggere), ma perchè è incredibile nella sua relativa semplicità. Il libro non riporta solo una critica alla galoppata del Cavaliere che dal 2001 al 2004 (anno di pubblicazione del libro) ha travolto gli ultimi spazi indipendenti e/o "dissidenti" dalla tv pubblica, operazione su cui si può essere più o meno d'accordo. Il libro “racconta tutte le notizie occultate e le menzogne raccontate agli italiani”, per usare una frase degli autori; racconta, non esprime solo opinioni, ma si basa sui fatti, e stimola la nostra memoria a ricordare avvenimenti vergognosi, accaduti solo pochi anni fa.

La prima sezione si intitola “colpirne qualcuno...”, e analizza i principali casi di censura, i cui retroscena in certi punti sfiorano davvero il ridicolo, e aumentano il senso di indignazione del lettore. Personalmente, mi ha fortemente invogliato a non pagare mai più il canone Rai, sforzo peraltro non difficile per me che utilizzo pochissimo la tv. Perchè pagare per essere presi in giro? Perchè pagare gli stipendi di questa gente? Perchè pagare per non ricevere notizie un anno intero?
I casi di censura sono analizzati in dettaglio, con tutti i retroscena, e riguardano personaggi come Massimo Fini, Daniele Luttazzi, Enzo Biagi, Michele Santoro, Carlo Freccero, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, De Bortoli e altri. Voglio riportare un passaggio per tutti, per far capire a che livello siamo, e cosa si può, e si deve, scoprire leggendo questo libro.

Nella primavera del 2002 Paolantoni progetta una serie tutta nuova di Furore, il programma di quiz e canzoni di rai2. [...] Ultimato il progetto, Paolantoni incontra Marano (direttore di Rai2 Ndr) per l'ok definitivo in vista della messa in onda autunnale. E' la prima volta che i due si parlano. Il direttore di rai2 ascolta in silenzio, poi alla fine commenta: “Ottimo lavoro. Peccato che lei sia napoletano”. E Paolantoni: “Certo, non lo sapeva?”. Marano: ”No, mi scusi, non ne ero informato”. Paolantoni:”Eh si, purtroppo ho questa malattia dalla nascita, dalla quale non intendo guarire”. Marano: “Peccato. Lei non può condurre Furore. Mi dispiace: sa, mi ha messo qui la Lega...la saluto”. [...] “Una scena surreale” - ricorda oggi Paolantoni – “assurda. Ci mettemmo a ridere per non piangere.”

Questo è davvero solo un piccolo assaggio, e non è neanche il migliore. Il libro è lungo 400 pagine, il materiale è tanto, ma la lettura è scorrevole e piacevole. Iniziato un capitolo è difficile staccarsene, probabilmente resterete curvi sulle pagine perchè vorrete scoprire come è andata a finire questa storia...storia?? Quando chiudete il libro e tornate alla realtà, vi rendete conto che tutto ciò è realtà...le reazioni possono essere di varia natura, vi invito a parlarne sul blog mentre leggete questo testo.

La seconda sezione del libro si intitola “..per educarli tutti”. Uniteil titolo al primo, e avrete il leitmotiv: “Colpirne qualcuno per educarli tutti”, che è ciò che i due autori puntigliosamente dimostrano, dati alla mano. Si parla del Tg1, e della sua disinformazione puntuale e quotidiana, con esempi di censura riportati giorno per giorno presi in un periodo che va dal 25 gennaio 2003 al 2 ottobre 2004. Si parla dei “maestri” dell'informazione, Bruno Vespa e Anna La Rosa, che evidentemente non conoscono il senso del pudore. Si parla del caso Mieli alla presidenza Rai, e della promettente La7, stroncata dalle armate del cavaliere, e svuotata di ogni contenuto. Una Tv culturalmente promettente e stimolante, trasformata poco prima della nascita in un canale spazzatura, né più né meno degli altri canali nazionali.

Insomma, sono “tre anni vissuti vergognosamente”, come recita l'ultimo capitolo del libro. Tre anni, aggiungo, di cui un cittadino consapevole dovrebbe essere informato. Ma per fortuna gli autori del libro e tanti altri intellettuali, attori e personalità varie, si sono attivati concretamente per mettere la parola fine a questa occupazione forzata della televisione da parte dei partiti. Di TUTTI i partiti, perchè chi pensa che con un governo di centrosinistra la situazione migliori, si sbaglia, e ciò lo dimostrano molto bene gli stessi autori in Regime e nel libro successivo, di cui parlerò prossimamente e in cui tratterò anche ampiamente dell'iniziativa citata.
Voglio concludere con una citazione di Indro Montanelli.

Oggi, per instaurare un regime, non c'è più bisogno di una marcia su Roma né do un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d'inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione.

Esagerata? Probabilmente, dopo la lettura di questo libro, vi sembrerà meno folle di quanto possa apparire. Buona lettura.

ISBN 88-170-0246-1
Editore:
BUR (Biblioteca Universale Rizzoli)
Pubblicazione: 2004
Collana: Futuropassato
Costo: € 9,50

domenica 5 marzo 2006

Recensione: La fabbrica del consenso - Noam Chomsky

Questo libro rappresenta una delle analisi più approfondite e analitiche sul ruolo che hanno i mezzi d'informazione di massa nella propaganda politica e nella formazione delle opinioni. Troppo spesso questo delicato e fondamentale argomento è affrontato in modo banale, strumentale e generico, agitando nel lettore una paurosa idea di complotti e censure accuratamente guidate da un qualche misterioso individuo con un immenso potere. La realtà invece è più semplice, ma subdola.
In questo saggio, Noam Chomsky e Edward S. Herman, delineano un chiaro quadro spiegando il modo in cui i mass-media contribuiscono a creare un efficace modello di propaganda a favore di quegli interessi forti che influenzano tutta la società, il tutto senza esplicite censure come poteva avvenire in regimi autoritari o totalitari.
Il meccanismo attraverso cui tutto ciò avviene quotidianamente, plasmando le idee della popolazione soggetta alle informazioni e orientandone il consenso, si basa su una serie di “filtri”, analizzati con cura dagli autori nei primi capitoli del libro. Questo modello è prontamente messo alla prova nel resto del libro in cui, giornali alla mano, i due intellettuali dimostrano in modo puntuale e preciso come questo meccanismo di filtri sia stato efficiente, illustrando diversi esempi tratti dalla storia contemporanea.
Dal modo in cui sono state descritte dalla stampa americana le elezioni libere e la repressione governativa in Nicaragua e in El Salvador, all'invasione americana in Vietnam, e tanti altri episodi di rilevanza internazionale, si delinea una situazione che non può far altro che sbalordire il lettore, e aprire la mente, fornendo un potentissimo strumento per poter considerare in modo diverso e attento le informazioni che ogni giorno ci vengono proposte attraverso i media. Che è poi l'aspetto più importante che contribuisce a rendere l'uomo autonomo intellettualmente.
A conclusione della edizione italiana del libro si può leggere un saggio di due giornalisti, Paolozzi e Leiss, che fanno il punto della situazione sull'informazione in Italia, esaminando i giornali e i media italiani e studiandone il comportamento in occasione di vari fatti politici e di cronaca degli ultimi anni.
Leggere questo libro significa cambiare il proprio modo di pensare la società, e in particolare i rapporti tra potere e mezzi di comunicazione, e mettere un primo tassello sulla strada (delineata nel nostro editoriale d'apertura) per raggiungere “l'isola di krino”.

ISBN 88-438-0178-3
Editore
: Marco Tropea Editore
Pubblicazione: Novembre 1998
Collana: LE QUERCE
Costo: € 23,80
Pagine: 508